Questi
ultimi riuscirono ad avere la meglio, quanto nel punto
cruciale del combattimento mandarono sul campo la Divisione
Corazzata che avanzava potente e inarrestabile con al suo
seguito gli elefanti di Pirro, sconosciuti ai romani.
I
romani infatti terrorizzati si diedero alla fuga e fu proprio
questa “rotta tanto disordinata e confusa” che spinse il
comandante e i suoi ufficiali ad addentrarsi nei pressi del
Monte Vulture, precisamente sulle terrazze del “Cerro di
Rapolla”, dove “restano a bocca aperta ad ammirare la
grandiosità del paesaggio dominato dal Monte Vulture che come
un Gigante buono sembra difenderlo amorevolmente …”
Qui
si ergeva una città circondata da mura il cui portale
d’ingresso era aperto; i
romani vi entrarono incuriositi, dentro con grande meraviglia
videro poche case e al centro del paese, dominato dalla Torre,
un tempio greco.
A
terra si scorgevano alcuni corpi ormai inermi, mentre poco
distanti alcuni uomini si
facevano medicare dalle loro donne. Gli ufficiali “si resero
conto che non valeva la pena di aggiungere sangue al sangue”
perciò venne dato ordine ad un Alfiere di affiggere sulla
porta del paese la mattonella rossa di terracotta che portava
in rilievo l’immagine di due serpi, che appunto nella
segnaletica militare significavano: “Attenzione è luogo
sacro - Non si passa - Non si fa rumore “.
Così
nacque lo stemma di Rapolla registrato anche come atto di
nascita del paese. Non
a caso il termine Rapolla deriva da: Rap = rupe, e Apollo =
tempio, per cui abbiamo Rupe di Apollo e nella sua Forma
contratta Rapollo, recuperato dall’italiano corrente come
Rapolla.
L’etimologia
del nome conferma quindi che Rapolla fosse di origine greca e
che avesse un tempio greco la cui esistenza è stata inoltre
ribadita e testimoniata da alcune carte topografiche italiane
e straniere.
Tralasciata
per secoli da una storia in parte omessa, in parte andata
perduta, ritroviamo testimonianze di Rapolla con il Re Roberto
D’Angiò, che fece innalzare nella cittadina la rimanente
parte del secondo ordine delle mura e fece riparare porte e
torri andate distrutte o danneggiate dai terremoti, ed a
richiesta della moglie fece erigere una chiesa e due
Monasteri.
Senza
contare l’ampia mole di lavori di consolidamento edile.
Secondo le fonti inoltre sarebbe gia esistito all’epoca del
D’Angiò il “Castello di Rapolla “ dove lo stesso
sovrano prese stanza nel 1315, quando venne a Rapolla per
inaugurare la Chiesa di Santa Maria ed il Monastero di San
Francesco, prima citati.
Oltre
che per aver ospitato principi e reali in passato, il castello
divenne noto nella sua
successiva conversione prima a casa di abitazione e poi a scuola
elementare, per cui fu stravolta completamente l’originaria
impostazione architettonica.
Più
vivace è ricca di controversie fu invece la questione del
famigerato “Sarcofago di Rapolla” ritrovato nel 1856
presso la contrada rapollese di “Albero in piano” durante
i lavori per la costruzione della strada Rotabile che porta a Melfi.
Trasportato
per imprecisate ragioni a Melfi, suscitò a lungo dispute e
polemiche sulla provenienza e attribuzione, specie
considerando che da una ventina d’anni a questa parte
l’iniziale (e legittimo!) appellativo di “Sarcofago di
Rapolla” è stato progressivamente sostituito dalla più
attuale denominazione di “Sarcofago Romano” e in taluni
casi, sconfinando addirittura nell’ abusivismo, in
“Sarcofago di Melfi”.
Ritornando
invece a Rapolla: intorno all’anno 602 cominciarono a
insediarsi le prime Signorie li cui primato indiscusso è da
attribuire al principe Aldolando.
Nel
1253 si portarono a termine i lavori di costruzione della
Nuova Cattedrale sorta sulle vecchie mura dell’antico tempio greco, “che
affioravano a fuor di terra”.
Nel
1343,
alla morte di Re Roberto D’Angiò gli successe al trono la
nipote Giovanna I°, della cui infecondità ebbe pretesto la
guerra civile che desolò il Mezzogiorno d’Italia.
Qui
nel XVI secolo arrivarono Francesi e Spagnoli che si
contesero il territorio; così una dopo l’altra città,
paesi e province si trasformarono nell’ennesimo campo di
battaglia e infine caddero nelle mani degli Spagnoli,
vincitori.
A
questo assedio si aggiunse ben presto quello di Turchi e
Musulmani che depredarono il nostro territorio con incursioni,
saccheggi e con violenze di ogni genere.

Nel
1851 un terribile terremoto creò disastri, danni e morti”
Il disastro è tale che non occorrono parole per spiegarlo”.
Il
18 agosto 1850 esplosero le insurrezioni lucane ”con una
violenza inaudita e con uno spirito battagliero, generoso e
commovente“. Potenza è il centro promotore del movimento,
che si irradia come fili di ragnatela in tutte le province,
anche a Rapolla.
Neanche
un secolo più tardi nuovi sconvolgimenti colpirono il
territorio: il terremoto del 1910, le due guerre mondiali, il
terremoto del 1930, il successivo dell’ 80… anni di
disperazione e di miserie, in cui consistente fu il tasso
d’emigrazione.
In
questi stessi anni però, si ha il cosiddetto “miracolo
edilizio” che vede la ricostruzione di interi paesi
distrutti dai terremoti e dalle due guerre; così l’attività
edilizia, insieme alla più secolare
attività
agricola, e successivamente quella industriale,
prenderanno nuovo vigore fino a rappresentare ancora oggi il
fondamento dell’ economia locale.
testo
di FERRARA Marianna
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